Il pittore e il pesce. Una poesia di Raymond Carver, un’opera di Carlo Dalcielo


020. Intro (It)

Quel che ha fatto Raymond, quello che fa Carlo

di Gabriele Dadati e Stefano Fugazza

L’opera, allora, quella vera, non sarà forse il discorso?
[Carlo Dalcielo, Trentadue propositi]

Il libro che hai per le mani, la poesia Il pittore e il pesce di Raymond Carver nella particolarissima lettura di Carlo Dalcielo, viene dopo il Diario dei sogni in cui il giovane artista emiliano raccoglieva un’ottantina di disegni realizzati da artisti, critici d’arte, galleristi e scrittori tutti raffiguranti l’impronta lasciata dalla loro nuca sul cuscino per come appariva nell’attimo subito dopo il risveglio. Queste impronte, destinate a svanire in fretta, sono – nell’immaginazione di Carlo – la stazione di cambio tra il sonno e la veglia, vale a dire due vite indipendenti che vanno ad abitare a staffetta lo stesso corpo, così come una soglia è anche il calore corporeo che resta impigliato ancora un po’ nei vestiti appena tolti. In questo nuovo libro invece il compito Carlo lo assume tutto su di sé: smonta i versi della poesia di Carver strappando loro tutte le immagini che contengono, fissa la sequenza e poi dà corso alla sua pratica artistica realizzando a ridosso di ciascuna un dipinto, una fotografia, un video o un altro tipo di opera. Questa è una poesia, tra l’altro, che ha per protagonista un pittore che ha appena finito di lavorare “come un treno”, sta per avere un trauma sentimentale, sta per curarlo con un vagabondaggio e alla fine riprenderà a dipingere “su un’altra tela, se necessario”.

L’operazione di cui stiamo parlando, beninteso, Carlo a voce non potrebbe però spiegarcela. Con Carlo non si può neppure sedere al tavolino di un bar per prendere un caffè, né farci una passeggiata assieme. Carlo Dalcielo, nato a Bagnolo in Piano (Reggio Emilia) nel 1980, è infatti uno dei dodici giovani artisti creati e prodotti dal pittore Bruno Lorini e dallo scrittore Giulio Mozzi: esiste quindi solo nelle sue opere (a partire dalla prima, La gran quiete del giardino, una fotografia cm 50×70 che mostrava una cavalletta e una lucertola avvinghiate nella morte, esposta alla collettiva “Storie di cronaca”, Padova, 1998) e non ha consistenza fisica. Con questo non vogliamo dire che non esiste, ma esiste solo nei “reperti” della sua attività, che noi possiamo incontrare alle mostre e nei cataloghi – e in questo libro. Per questo motivo il tandem Lorini&Mozzi ha bisogno di convocare di volta in volta delle “risorse umane”, e artistiche, “diversamente esistenti” (rispetto a Carlo), attribuendo loro dei compiti precisi che lasciano uno spazio relativo all’iniziativa personale: una regìa ferrea, inflessibile, incerniera come le rotelle di un ingranaggio i contributi dei singoli in un congegno ben oliato che nel suo insieme costituisce appunto un’unica opera, quella di Carlo Dalcielo. Ecco allora scelti in questa occasione più di cinquanta artisti, non solo italiani, ciascuno con la sua poetica e la sua capacità tecnica (insomma personalità anche molto divergenti tra loro), costretti a misurarsi con un progetto che non è partito da ciascuno ma che a ciascuno chiede la propria mano senza obiezioni quanto al disegno complessivo. E per forza di cose del disegno complessivo si ha un’idea veritiera soltanto a giochi fatti.

A cosa serve tutto questo affaccendarsi? O anche: si capisce meglio il testo di Carver grazie alle opere radunate da Dalcielo? La risposta è: se quando eri piccolo e leggevi un’edizione illustrata di un bel romanzo, da Verne a Mölnar, le illustrazioni ti servivano a seguirlo meglio, allora forse anche queste servono a qualcosa rispetto al testo. Se no, naturalmente no. – In fin dei conti però poco importa, perché non è questo l’obiettivo neanche secondario di un’operazione di tal fatta. Perché quello che succede qui è che ogni singola opera è trascesa e sta con le altre a restituire la narratività prelevata all’inizio dai versi di Carver, ponendosi quasi come una seconda esecuzione di una stessa idea. Non è una cosa nuova – basta pensare alle formelle della Via Crucis – questa di individuare in un testo le scene madri e tradurle in una sequenza di immagini, soprattutto in pittura. Nuovo è che queste immagini coprano in maniera totale il testo senza saltare nessun passaggio, dando dignità anche ai dettagli a cui non presteremmo attenzione e dando la sensazione di trovarsi di fronte a una pellicola 8mm srotolata frame dopo frame; e inoltre è nuovo anche che sia impiegata una squadra di artefici posti alla pari, anche se alla fine a firmare la sequenza è Carlo Dalcielo. In una bottega rinascimentale Carlo avrebbe finito le figure abbozzate dai suoi allievi, imponendo per gerarchia la sua superiorità; qui invece impone solo il suo nome, ma non si permette di alterare minimamente l’operato dei singoli, che sono dunque allo stesso tempo vincolatissimi al soggetto ma liberissimi nell’esecuzione.

Paradosso dopo paradosso, le opere riprodotte in questo libro da qualche parte dovranno pur essere, in questo momento. E chiaramente la possibilità è che si trovino o nei depositi del duo Lorini&Mozzi, o appese in una sede espositiva. In questo secondo caso, costituiscono una mostra. Ma questa mostra è una personale o una collettiva? Non è una personale nella misura in cui Carlo Dalcielo non è lì a inaugurarla, e neppure è una collettiva visto che gli artisti coinvolti hanno quasi rinunciato alla loro identità – e gli artisti sono così egocentrici! – oltre che a un progetto proprio. È allora la mostra della narratività del testo, è la mostra della storia che Carver ha raccontato in versi e che adesso leggiamo per immagini.

L’operazione s’iscrive nell’area del concettuale, distanziandosene tuttavia per la rinuncia a eccessi cerebrali e teorici. In questo caso la riflessione sui procedimenti del fare arte non esclude l’esistenza fisica dell’opera e la sua fruibilità. Il reperimento di un senso, di una logica continua, diventa un obiettivo lecito. Sembra quasi che l’arte qui abbia voglia di riappropriarsi della storia, di una storia quotidiana, con un protagonista che nell’essere anonimo ci è però vicino con la sua emotività ben condivisibile. Il personaggio del pittore ci è tutto sommato simpatico e i singoli pezzi (dipinti, fotografie, video ecc.) non ne obliterano la figura, ce lo mostrano invece in continuazione.

Tra catalogo d’arte e graphic novel, tra libro illustrato e fotoromanzo, questo libro appartiene però a una razza sua che non ha ancora un nome. Tutto sommato ben diverso anche dal suo predecessore Diario dei sogni, che non aveva una storia da raccontare, non è facile capire se avrà una figliolanza. Anzi, a dire la verità non è neanche facile suggerire l’utilizzo. Si legge? Si sfoglia? Si studia immagine a immagine? Si confrontano le immagini con i versi? Si vanno a cercare altre opere degli artisti che hanno partecipato? Ci si lamenta della bizzarria di Carlo Dalcielo? Si immaginano gli sghignazzi di Lorini&Mozzi mentre mettevano in piedi questo?

In ogni caso, qualsiasi cosa farai delle prossime pagine, speriamo che questo ti dia una certa soddisfazione.

Il libro Il pittore e il pesce. Una poesia di Raymond Carver, un’opera di Carlo Dalcielo, a cura di Bruno Lorini e Giulio Mozzi, è acquistabile direttamente dal sito dell’editore minimum fax.

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