Il pittore e il pesce. Una poesia di Raymond Carver, un’opera di Carlo Dalcielo


030. Carlo non sa leggere (it)

Carlo non sa leggere
di Carlo Dalcielo

Carlo, che sono io, non sa leggere. Legge moltissimi libri. Dei libri che ha letti, Carlo non ricorda una sola parola. Tutto ciò che Carlo ricorda dei libri che ha letti, sono le cose che ha viste. Mentre legge, spesso Carlo chiude gli occhi. A volte si addormenta. Mentre dorme, Carlo vede le cose. Quando si sveglia, riprende a leggere. Non sempre riprende dallo stesso punto, perché non si ricorda il punto preciso nel quale si è addormentato. A volte, mentre Carlo dorme, il libro si chiude, o si sfoglia, o cade dal bracciolo della poltrona o dal letto. Ci sono dei libri dei quali Carlo ha lette neanche metà delle pagine; altri libri dei quali ha lette più e più volte sempre le stesse pagine. Quando legge una pagina che ha già letta, magari più e più volte, Carlo non riconosce le parole. Carlo non riconosce le parole perché non le vede. Se nella pagina c’è la parola «porta», Carlo non vede la parola «porta»: vede una porta. Se nella pagina c’è la parola «azzurro», Carlo non vede la parola «azzurro»: vede che le cose che sta vedendo si colorano di azzurro. Ogni volta che Carlo rilegge la pagina in cui c’è la parola «porta», la porta che appare alla vista di Carlo è una nuova porta. Ogni volta che Carlo rilegge la pagina in cui c’è la parola «azzurro», le cose che vede si colorano di un azzurro diverso. È solo quando nella pagina compaiono dei nomi propri di persona, come ad esempio «Mario», «Raymond», «Liz», «Evelyn» o «Alioša», che Carlo non vede nulla. Non vede le parole «Mario», «Raymond», «Liz», «Evelyn» o «Alioša», e non vede nemmeno dei corpi che possano corrispondere alle parole «Mario», «Raymond», «Liz», «Evelyn» o «Alioša» allo stesso modo in cui una porta – una qualunque porta – può corrispondere alla parola «porta». Così, ogniqualvolta in un libro compare, ad esempio, la parola «Raymond», Carlo non riconosce – poiché non la vede – quella parola, e vede che nella scena vengono compiute delle azioni, e non vede chi le compia, e non sa – non può saperlo – che a compiere quelle azioni è lo stesso Raymond che compariva – segnalato dalla parola «Raymond» – in altre scene: e quindi l’unica cosa che sa fare, Carlo, è immaginare che lui stesso, Carlo, in quella scena compia quelle azioni. Più precisamente, ciò che Carlo vede è un complesso di azioni che circoscrivono un vuoto, e in quel vuoto circoscritto dalle azioni egli, Carlo, pone con l’immaginazione un qualcuno che è come lui, come Carlo, e quindi – come si potrebbe dimostrare – non è nessun altro che Carlo. In conseguenza di tutto questo – cioè del fatto che Carlo non sa leggere, e legge moltissimi libri, e li legge nel modo che è stato descritto – per Carlo ogni esperienza di lettura è un’esperienza di vedersi collocato dentro un vuoto circoscritto da un susseguirsi di azioni. Quando racconta agli amici una sua esperienza di lettura – perché Carlo ha alcuni amici con i quali condivide le sue esperienze di lettura, di ascolto e di visione – gli amici a un certo punto, sempre, gli dicono: «Insomma, quello che ti succede, Carlo, è questo: che tu ti identifichi tantissimo nella storia che leggi». Carlo, quando si sente dire questo, cioè ogni volta che raccolta agli amici una sua esperienza di lettura, risponde: «No. Io non mi identifico. Io non posso identificarmi in un vuoto circoscritto da azioni che si susseguono. Io al massimo posso vedere che c’è un vuoto, vedere che è un vuoto che è della mia misura, e collocarmici dentro». Quando racconta agli amici una sua esperienza di lettura, Carlo non riporta mai le parole dei libri che ha letti – in particolare, non si ricorda mai, non avendoli visti, i nomi dei personaggi –, ma racconta agli amici ciò che ha visto. Succede quasi sempre, a Carlo, mentre racconta agli amici ciò che ha visto leggendo un libro, o dormendoci sopra, di accorgersi di avere nella memoria, e di estrarre dalla memoria nel momento stesso in cui parla agli amici, molte più cose viste di quelle che, prima di cominciare a parlare, gli sembrava di ricordare. Mentre parla agli amici di un certo libro Carlo si immagina di rientrare – se il ricordo è abbastanza forte; in caso contrario si confonde, si perde, e poi dice: «Non mi ricordo più niente» – dentro il vuoto circoscritto da azioni nel quale era già stato durante la lettura di quel libro; e da lì, da quel vuoto, mentre le azioni gli si compiono intorno, Carlo guarda attorno a sé, guarda le cose, nota la presenza di cose della cui presenza, durante la lettura, non si era accorto: e le nomina, producendo parole – le parole dette, evidentemente, per Carlo, sono tutt’altra cosa dalle parole scritte –, così come le vede, man mano che si accorge della loro presenza. Se gli amici non lo interrompono – a volte gli amici interrompono Carlo, dicendogli cose del tipo: «Il libro l’ho letto anch’io, questa cosa non c’è!», oppure: «Ma come fai a dire che la scena è così? Nel libro c’è solo una frase…» – Carlo è capace di andare avanti per quarti d’ora e quarti d’ora, a fare nient’altro che dire tutto quello che c’è in una stanza – i mobili, i soprammobili, le tovagliette, le lampade, le tende, le finestre, il pavimento, il segno sul muro di un quadro che non c’è più, le ditate sul vetro della vetrinetta, la macchia d’umido nell’angolo sopra la porta, la graffiatura dell’intonaco dove va a sbattere talvolta la maniglia della porta, il ricciolo di polvere che si intravede sotto la credenza, la scheggiatura alla base del ninnolo di porcellana sopra la credenza, la scucitura sul bordo della tasca dell’impermeabile chiaro buttato sulla sedia. Una volta, in una libreria, durante la presentazione di un libro di uno scrittore che Carlo ama molto, dopo il discorsetto del critico presentatore e la lettura di una pagina da parte dello scrittore, quando i presenti – pochi, come sempre – erano stati invitati a dire quello che volevano, a fare delle domande, Carlo si era alzato e aveva parlato per ringraziare lo scrittore, proprio per una scucitura, e aveva parlato a lungo, Carlo, in piedi nella saletta semivuota, della scucitura sul bordo della tasca di un impermeabile che compariva in una scena del libro scritto dallo scrittore da lui amato; e aveva parlato, Carlo, così a lungo, che a un certo punto il critico presentatore lo aveva interrotto, ringraziandolo ma ricordandogli che forse qualche altra persona avrebbe voluto dire qualcosa d’altro, e a quel punto lo scrittore amato da Carlo, con un certo imbarazzo, e anche con una punta di irritazione, aveva detto a Carlo: «Guardi, io quella scucitura non me la ricordo proprio. Comunque non capisco che cosa lei ci trovi di tanto interessante». Fu questo evento a spingere Carlo a cercare degli amici con i quali scambiare le esperienze di lettura, e fu durante questi scambi – che avvenivano per lo più nella stanzetta in fondo al bar vicino alla Stazione ferroviaria di Poggio Rusco, dove gli amici (che provenivano qualcuno da Poggio Rusco, altri dagli altri paesi lì attorno) potevano starsene in santa pace – che Carlo si rese conto, a causa di certe discussioni che nascevano, di non essere capace di leggere, ma solo di vedere; mentre i suoi amici, che erano capaci di leggere, e che quando guardavano i libri per leggerli leggevano proprio le parole, come ad esempio le parole «porta» e «azzurro», o addirittura i nomi propri «Raymond» o «Evelyn», non erano però capaci di vedere. «Quando tu ci parli di un libro», gli aveva detto una volta uno degli amici, «sembra che tu ci stia parlando di un tuo sogno. E, come succede quando si parla dei sogni, non si sa mai se stai davvero raccontando ciò che hai visto oppure se l’intenzione di raccontare il sogno ti mette in moto di nuovo l’immaginazione, così che alle cose che veramente ricordi del sogno si aggiungono, senza che tu te ne accorga, nuove cose che la tua immaginazione inventa lì per lì, mentre parli, fino al punto in cui tutto diventa indistinguibile, e tu davvero non sai più che cosa è ricordo del sogno e che cosa è invenzione attorno al sogno, e ti muovi dentro alla visione del sogno – o del libro, come succede a te – non come dentro a un ricordo, ma come dentro un luogo ancora inesplorato, pieno di cose nuove». Era così, davvero, aveva risposto Carlo quella volta. Perciò, da quel momento, lui, Carlo (che da molti anni già teneva un Diario dei sogni, nel quale ogni mattina, appena alzato dal letto, non raccontava i sogni della notte – non li raccontava, perché non li ricordava: Carlo è uno che non li ricorda, mai, i sogni – ma descriveva lo stato del suo corpo nella condizione del primo risveglio, e lo stato del suo letto – cuscino, lenzuola, coperte – negli istanti successivi all’abbandono del letto da parte del corpo) aveva deciso di tenere un Diario delle letture, nel quale annotare, non con parole – le parole scritte, lui, non le vede – ma con disegni, le esperienze di lettura appena terminate. Questo Diario delle letture, negli incontri al bar vicino alla Stazione ferroviaria di Poggio Rusco, ogni tanto Carlo lo fa vedere agli amici, e gli amici un po’ ridono, un po’ si impressionano, al vedere come i libri che Carlo legge – lui che non sa leggere – si trasformano in sequenze di scene nelle quali tutte le cose del libro continuamente tornano – le porte, gli azzurri, le camicie, i telefoni, i giocatori di carte, il pesce che salta fuori dall’acqua e subito vi ricade, le vetrate illuminate, la pioggia, le automobili con i fari accesi nella sera grigia – e sono indubbiamente sempre le stesse cose, quelle che compongono la storia, quelle che sono oggetto e strumento delle azioni che vengono compiute nella storia: eppure non sono mai esattamente le stesse cose, ogni porta è una porta ma non è mai la stessa porta, ogni sera è una sera ma non è mai la stessa sera, ogni tavolo da cucina è un tavolo da cucina ma non è mai lo stesso tavolo da cucina, ogni forchetta abbandonata accanto al piatto è una forchetta abbandonata accanto al piatto ma non è mai la stessa forchetta abbandonata accanto al piatto. E anche Carlo, si accorgono gli amici, in ciascuna delle sere che si riuniscono tutti al bar vicino alla Stazione ferroviaria di Poggio Rusco, non è mai esattamente lo stesso Carlo, anzi proprio non è lo stesso Carlo, è sempre un Carlo ma non è mai lo stesso Carlo, ogni volta è sempre riconoscibile come Carlo – il Carlo che tutti loro conoscono – ma ogni volta, prima di riconoscerlo, prima di scutersi e dirgli: «Ciao, Carlo», o dirsi tra loro: «Ecco, è arrivato Carlo», hanno sempre una piccola esitazione, un momento di incertezza, nel quale riconoscono Carlo e non lo riconoscono, e solo quando – ma sono veramente frazioni minimo di tempo – un gesto o una parola, o un particolare dell’abbigliamento di Carlo, fa sì che gli amici riconoscano quella cosa che hanno lì davanti, che si avvicina al loro tavolo, come ciò che hanno sempre nominato con la parola «Carlo», solo allora, quando il Carlo che si siede al tavolo con loro occupa finalmente il suo spazio vuoto, lo spazio che prima era vuoto, e attorno al quale loro, gli amici, si muovevano, solo allora gli amici riescono a dire: «Carlo», a dare a quell’oggetto il nome, e a legare così quell’oggetto, Carlo, per mezzo del nome «Carlo», a tutti i Carli che, nelle settimane e nei mesi, e negli anni ormai, hanno sempre nominati, ciascuno, con il nome «Carlo». E così Carlo, agli amici, grazie a questo riconoscimento e all’essere nominato con il nome «Carlo», appare non come un estraneo, non come un’apparizione improvvisamente apparsa nel bar, tra i tavoli e i giocatori di carte, ma come il loro amico, come colui, Carlo, che loro conoscono bene, con i quale hanno tante volte conversato, e che amano, che amano molto, perché Carlo, con le sue stramberie, con la sua aria sempre un po’ svagata e confusa, è pur sempre, Carlo, il Carlo che mette in moto le loro immaginazioni, il Carlo senza il quale le loro stesse vite, alle quali loro, gli amici, sono così attaccati, sarebbero sempre piene di sole parole, di soli nomi, e così povere di visioni.

Il libro Il pittore e il pesce. Una poesia di Raymond Carver, un’opera di Carlo Dalcielo, a cura di Bruno Lorini e Giulio Mozzi, è acquistabile direttamente dal sito dell’editore minimum fax.








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