Il pittore e il pesce. Una poesia di Raymond Carver, un’opera di Carlo Dalcielo


011. Trentadue propositi

di Carlo Dalcielo

1. Volevo fotografare, ma non sapevo cosa.

2. Non sapevo nemmeno come fotografare. La fotografia è una tecnica. Non avevo voglia di studiare questa tecnica. Volevo un fotografare dove la tecnica fosse minima. Non volevo neppure che altri si intromettessero. Perciò ho scelto la Polaroid.

3. Naturalmente non è vero che non vi sia tecnica nel fotografare con la Polaroid. Tuttavia l’impiego che comunemente si fa della Polaroid è tale, che agevolmente si può fingere non serva tecnica nell’adoperarla. La Polaroid è la macchina fotografica dei bambini, dei compleanni, dei turisti più sciocchi, dei tamponamenti. E, soprattutto, abolisce gli intermediari.

4. Inoltre la Polaroid è unica. Non può essere riprodotta con i suoi mezzi, ma soltanto con altri mezzi (scansione, rifotografia ecc.), esattamente come una pittura.

5. Per quasi un anno pensai che il mio cosa, cioè il mio soggetto, poteva essere il corpo (non il mio). Un corpo però fotografato così da vicino da diventare irriconoscibile, invisibile, indecifrabile.

6. Poi scelsi il cielo.

7. Il cielo è il soggetto di innumerevoli fotografie, dipinti, immagini in movimento e così via. Si trattava quindi di fotografare il cielo tentando di abolire la trasformazione del cielo in soggetto. È possibile? No. Il tentativo vale come approssimazione.

8. Troppo facile, fotografare a caso (cioè senza guardare nel mirino). E poi, la faccenda avrebbre preso l’aspetto di una operazione, come si usa dire oggi. Odio la parola operazione.

9. Il cielo è mutevole. Avrei voluto un cielo sempre uguale.

10. Equivoco: fotografare non il cielo, ma ciò che c’è nel cielo. Le nuvole, le tracce degli aeroplani, gli uccelli.

11. Il primo scatto era già nel giusto: macchina in alto, e via. Fu un’emozione molto forte. Poi, subito, feci un passo indietro. Timore? Sì, timore.

12. Per un po’ cercai di contestualizzare il cielo. Nelle fotografie entravano, nei bordi e negli angoli: cornicioni, cime d’alberi, cime di lampioni o pali. Faticavo a immaginare il cielo per conto suo, un cielo solo: avevo bisogno di difendermi. Di far notare come il cielo fosse stato fotografato dalla terra.

13. L’emozione del primo scatto è ritornata, più tardi, quando di nuovo ho avuto il coraggio di non far entrare nient’altro, nel riquadro disegnato dal mirino, che il cielo. C’era però il pericolo delle nuvole.

14. Ho scoperto che le nuvole sono poetiche. Naturalmente non volevo proprio fare poesia. D’altra parte le nuvole sono lì, nel cielo. Anche se non sono il cielo. Un cielo senza nuvole è tanto falso quanto un cielo con le nuvole in posa. Si trattava di scattare, senza evitare le nuvole, mantenendo un’indifferenza alle nuvole.

15. Le nuvole sembrano sempre voler dire qualcosa. Non sembrano capaci di essere per sé. Sembrano cavalli o montagne, significano buon tempo o futura pioggia. Sono come parole. Come le parole, potranno essere gustate per il loro nudo suono?

16. Vedo la terribile trasposizione: il cielo è la pagina, le nuvole sono parole. Così una collezione di fotografie del cielo, nel quale compaiono le nuvole, diventa un libro, una sequenza di pagine di cielo con scrittura di nuvole. Che orrore!

17. Domanda: è evitabile? Risposta: no, non è evitabile. E allora tanto vale. Chi guarderà dovrà prendersi, come al solito, tutte le sue responsabilità.

18. Mi piacciono i bordi delle Polaroid. Non è semplicemente la fotografia che finisce: c’è un bordo bianco, separato da una linea nera sottile. Trasposizioni istintive, immediate: una finestra, una cornice, un passepartout… Diciamo che mi piace il ritaglio.

19. Le Polaroid, ho scoperto a forza di farne, si comportano come vogliono. Lungo i bordi e soprattutto negli angoli tendono ad essere più scure. Il colore che prendono ha quasi niente che fare con il colore effettivo del cielo (il colore che si vede con gli occhi, insomma).


20. Gli scatti mattutini producono facilmente cieli violetti. Gli scatti serali, di poco prima che inizi il tramonto, producono cieli azzurrissimi e limpidissimi. Il cielo e ciò che esso contiene, la luce, non è solo soggetto della fotografia: è anche l’agente dello sviluppo. Così il cielo determina due volte i colori della Polaroid: come soggetto, e come agente dello sviluppo.

21. La superficie delle Polaroid è lucida come una piastrella di ceramica. Mi vengono in mente i cieli di certi quadri di Alberto Savinio, che sembrano fatti di piastrelle irregolari e multicolori. Ciò che si vede guardando la Polaroid non somiglia affatto a ciò che è stato fotografato. Quindi: la Polaroid è un oggetto indipendente.

22. Fotografare il cielo tutti i giorni… Magari in determinate ore… Compiere il gesto di voltare l’obiettivo verso l’alto… Scattare… Attendere qualche minuto… Guardare, e ogni volta stupirsi… Inserire nell’album… Quanta ritualità! Abbasso la ritualità!

23. Ho scattato quando avevo voglia. Certi giorni spesso, certi giorni mai. Non ho fatto programmi. Mi sono detto: cento scatti, ma così per dire. Poi mi sono detto: probabilmente mi fermerò a cinquanta, perché possiedo un album di cinquanta pagine. La verità è che in pochi mesi ho fatto quasi duecento scatti buoni (senza contare quelli cattivi).

24. Ho scoperto che detesto i gesti. Ci sono due gesti in tutto: il gesto della creazione, che peraltro era un gesto di parole, e il gesto dell’eucaristia: che pure è un gesto prevalentemente di parole (ed è esso pure un gesto di creazione). Questi sono gesti, perché hanno conseguenze. Ma il gesto artistico? Privo di conseguenze?

25. Non è vero che il gesto artistico non ha conseguenze. Io scatto, e viene fuori la foto. Ma potrebbe farlo chiunque, perché è un gesto tecnico, ed è efficace grazie alla tecnica. Creazione ed eucaristia sono gesti del tutto privi di tecnica.

26. Anche il gesto di seminare è tecnico.

27. A occhio e croce: si sono compiuti gesti artistici che funzionavano in quanto erano gesti, si offrivano a un pubblico che tende a considerare ogni gesto un gesto tecnico, ma non erano tecnici in quanto non servivano a niente. Ma l’inutilità (deliberata) d’un gesto non ne diminuisce il carattere tecnico (credo).

28. Ho dei dubbi su ciò che ho fatto. Ciononostante ne parlo adoperando la retorica della perentorietà. Mi rendo conto che di ciò che ho fatto veramente, cioè delle Polaroid, potrei fare qualunque cosa – è solo un fatto di retorica, di tecnica: potrei pagare qualcuno che lo facesse per me – per mezzo del discorso che vi stendo sopra.

29. L’opera, allora, quella vera, non sarà forse il discorso? In fin dei conti, Polaroid come queste le può fare chiunque. Ma non chiun-que è capace di fare questo discorso. È a questo discorso che io posso affidare la mia persona di artista. La cosa non mi piace af-fatto.

30. Non essendo riproducibili, le Polaroid sono più deperibili di questo discorso. La mia persona è più deperibile di questo e di quelle.

31. Una volta desideravamo abolire l’opera. Oggi vorremmo semplicemente sopravvivere, eventualmente grazie a qualche opera. Ma già da un bel pezzo io ho affidato la mia sopravvivenza a tutt’altro che alle mie opere.

32. Il punto è che, come dice Philip Winter, «le Polaroid mi piacciono».

[Questo testo è stato originariamente pubblicato in: Giulio Mozzi, Fiction, Einaudi 2001] [lo ha discusso Massimo Adinolfi qui]

Il libro Il pittore e il pesce. Una poesia di Raymond Carver, un’opera di Carlo Dalcielo, a cura di Bruno Lorini e Giulio Mozzi, è acquistabile direttamente dal sito dell’editore minimum fax.








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