Il pittore e il pesce. Una poesia di Raymond Carver, un’opera di Carlo Dalcielo


Dalcielo, pseudonimo ad arte
aprile 14, 2008, 3:19 pm
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[Questo articolo è apparso martedì 8 aprile 208 nei quotidiani Il mattino di Padova, La tribuna di Treviso, La nuova Venezia]

di Nicolò Menniti Ippolito

Carlo Dalcielo è un artista emiliano. Da domani la Fondazione Bevilacqua La Masa ospiterà una sua curiosa opera, ispirata a una poesia di Carver, anzi all’ultima poesia di Carver, intitolata Il pittore e il pesce. Dalcielo è un artista molto legato alla sua terra, alla grande pianura e ai piccoli paesi, al bar della Stazione di Poggio Rusco in cui si ritrova con i suoi amici artisti e scrittori. C’è solo un piccolo particolare, Carlo Dalcielo non esiste, e anche se ha 28 anni è nato 10 anni fa, quando ne aveva già 18. La storia è complessa, in realtà, e questa mostra è l’occasione di farsela raccontare da due padovani, Bruno Lorini, pittore, e Giulio Mozzi, scrittore, che sono anche i curatori della mostra e del piccolo volume, edito da minimum fax, che ospita i lavori che la compongono.

Bruno Lorini ha studiato con Emilio Vedova, ha esposto a Palazzo dei Diamanti di Ferrara e al Museo d’arte moderna di Strasburgo, ma da dieci anni, in pratica, non dipinge più. Singolare coincidenza. «Il mio lavoro – racconta Lorini – andava sempre più verso la narrazione e allora mi è venuta voglia, una decina d’anni fa, di incontrare alcuni scrittori per parlare con loro del problema della narrazione. La prima cosa che ho capito è che uno scrittore non racconta lui la storia, la fa raccontare ogni volta a una voce diversa, mentre un pittore parla sempre in prima persona». E fra gli scrittori incontrati c’era Giulio Mozzi. «Bruno – racconta lo scrittore – ha creato 12 artisti immaginari, ognuno autore di un’opera e con un nome. A me ha chiesto di costruire le loro biografie, di dare loro una personalità, e un’identità che corrispondesse al nome e alle opere». Dunque ci sono dodici artisti, che però non esistono, e un pittore e uno scrittore che ne sono i padri. «A me Carlo – racconta Giulio Mozzi – piace molto. Per un mio libro, Fiction, ha scritto anche un paio di racconti, ma poi ama soprattutto lavorare insieme agli altri, costruire opere a più mani, come questa mostra, che ha esordito a Piacenza e ora sarà a Venezia». Ne parla come se esistesse, perché in realtà esiste, in qualche modo, come esistono ancora altri quattro degli artisti che la coppia padovana ha pensato ormai dieci anni fa. «Come succede – racconta Lorini – alcuni artisti hanno smesso nel tempo di produrre, altri hanno continuato, probabilmente quelli che avevano una personalità più chiara, più autonoma, come per esempio Giovanna Melliconi, una cui opera è presente anche in questa mostra».

Va bene, forse è meglio chiarire anche questo punto. Il pittore e il pesce parte da una poesia di Carver che è anche una piccola narrazione. Carlo Dalcielo, ovvero il duo Mozzi-Lorini, ha realizzato da questa poesia una piccola sceneggiatura, come se si dovesse fare un graphic novelo un fumetto, poi ha chiesto a una cinquantina di diversi pittori di realizzare, a modo loro, un’opera che rappresentasse un momento della sceneggiatura. E tra gli artisti coinvolti, quasi tutti reali, ci sono anche quattro artisti virtuali sempre frutto della fantasia di Mozzi e Lorini. «Per esempio – dice Mozzi – c’è un’opera di Boris Ruencic che è un artista serbo, molto legato anche alla realtà politica del suo paese, capace di opere provocatorie come un cenotafio per Milosevic». Non è solo un gioco quello di Lorini e Mozzi, tanto è vero che Lorini ormai lavora solo attraverso questi personaggi virtuali e lo fa da dieci anni. «Ognuno di loro ha uno stile – dice Lorini – una tecnica, una poetica, ognuno permette di fare cose diverse e in modo diverso. Sono però artisti che si evolgono, che cambiano nel tempo, non fanno oggi quello che facevano dieci anni fa». È come se avessero una vita propria, un po’ come gli eteronimi di alcuni scrittori, Pessoa in testa. «Anche in pittura – dice Lorini – ci sono stati artisti che hanno lavorato con nomi diversi, ma di solito si tratta di più artisti che lavorano con un solo nome e la funzione di questi pseudonimi è legata al mercato. La nostra è invece una scelta narrativa, anche se ovviamente non può non avere incidenza anche suo mercato. Prima avevo una galleria che curava i miei quadri, avevo dei collezionisti, adesso lavoro in maniera totalmente diversa e più vicina al mio modo di vedere l’arte». resta poi il miracolo di una creazione doppia, perché opere e artisti hanno sempre due padri: Lorini e Mozzi. «Gli artisti che sono sopravvissuti – dice Mozzi – sono quelli che erano proiezioni di tutti e due. Una parte di noi è in questi personaggi virtuali e ormai ci viene automatico pensare dall’interno di queste identità».

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