Il pittore e il pesce. Una poesia di Raymond Carver, un’opera di Carlo Dalcielo


Trinità di Carlo Dalcielo

[Questo articolo è apparso nella free press culturale No tag, distribuita presso la Fiera del Libro di Torino].

di giuliomozzi

L’inizio di Città di vetro, il primo dei tre romanzi che compongono la Trilogia di New York di Paul Auster, è esemplare.

Vi si racconta di Quinn, uomo che vive solo a New York, che è stato sposato ma la cui moglie è morta – e il bambino con lei – ; che è stato uno scrittore di poesie, drammi e saggi critici; e che ormai da diversi anni campa scrivendo romanzi gialli con lo pseudonimo di William Wilson. «Una parte di lui era morta, spiegava [Quinn] agli amici, e non voleva che tornasse a tormentarlo. Era stato allora che aveva scelto il nome di William Wilson. Quinn non era più la parte di sé capace di scrivere libri, e anche se sotto molti aspetti continuava a esistere, Quinn esisteva solo per se stesso. Aveva continuato a scrivere perché sentiva che non avrebbe potuto fare altro. I romanzi gialli gli erano parsi una soluzione ragionevole». E fin qui, tutto è quasi normale.

Il sorprendente comincia dopo: «Non considerandosi l’autore di quello che scriveva non se ne sentiva responsabile, e perciò non doveva difenderlo di fronte a se stesso. Dopo tutto William Wilson era un’invenzione e pur essendo nato da Quinn ora aveva una vita indipendente. Quinn lo trattava con deferenza, a volte con ammirazione, ma non arrivò mai a credere che lui e William Wilson fossero lo stesso uomo». Effettivamente Wilson, esistendo nelle proprie opere, una sua esistenza ce l’ha: al contrario di Quinn, che sembra ridotto a un puro e semplice far passare il tempo: «Leggeva molti libri, visitava le gallerie d’arte e i musei, andava al cinema. In estate guardava il baseball alla televisione; d’inverno andava all’opera; ma la cosa che in assoluto preferiva era camminare».

Peraltro, i romanzi di cui non Quinn ma William Wilson è l’autore, hanno un protagonista che è anche voce narrante: il poliziotto privato Max Work. Nel momento in cui comincia la storia raccontata in Città di vetro, «Max Work aveva risolto un’elaborata sequela di delitti, scampando a un subisso di pestaggi e fughe per il rotto della cuffia, e in un certo senso Quinn si sentiva stremato dalle sue imprese. Con gli anni, Work era diventato assai intimo di Quinn. Mentre William Wilson era rimasto una figura astratta, Work aveva preso lentamente vita. Nella triade di io che Quinn era diventato, Wilson fungeva da ventriloquo, Quinn stesso era il pupazzo, e Work la voce animata che garantiva uno scopo all’impresa. Pur essendo un’illusione, Wilson giustificava l’esistenza degli altri due. Sebbene immaginario, Wilson era il ponte che consentiva a Quinn il transito da se stesso in Work. E a poco a poco, Work era diventato una presenza nella vita di Quinn, il suo fratello interiore, il compagno di solitudine».

Carlo Dalcielo è nato nel 1980 in un paesino a due passi da Reggio Emilia, Bagnolo in Piano. La sua esistenza è però iniziata nel 1998, quando Bruno Lorini, artista visivo, lo inventò: dandogli esistenza per mezzo di un’opera, una doppia fotografia di una cavalletta e di una lucertolina avvinghiate nella lotta – lotta nella quale erano morte entrambe. Il secondo uomo sulla terra a conoscere Dalcielo, su Giulio Mozzi, scrittore, al quale Lorini lo presentò. Essendo la nascita un fatto ormai compiuto, Mozzi si occupò dei particolari: imbastì un minimo di biografia del ragazzo – aveva diciott’anni, all’epoca – e intitolò quella prima opera La gran quiete del giardino, con una pericolosa allusione a sé stesso – il primo libro di Mozzi, pubblicato appena cinque anni prima, s’intitolava Questo è il giardino –. All’epoca Mozzi giustificò questa allusione con ragioni puramente descrittive: La gran quiete del giardino, sostenne, conteneva un misto di creaturalità e di crudeltà che in quel suo primo libro ugualmente si ritrovava. La verità era che Mozzi, già nel 1998, sentiva che la parte di sé capace di scrivere libri era già morta: mentre la giovanile energia e il dolce coraggio di Dalcielo destavano in lui una incondizionata ammirazione. E poiché Lorini – sebbene reale – era il ponte che consentiva a Mozzi il transito da se stesso in Dalcielo, verso di lui provava una schietta riconoscenza.

A dieci anni di distanza, questa sorta di famiglia tutta maschile si è allargata. Dalcielo, dopo qualche esperimento con la fotografia, si è meglio ritrovato nel lavoro di progettista. Con Il pittore e il pesce ha invitato una cinquantina di artisti a raccontare per mezzo di cose che si vedono – pitture, fotografie, installazioni, video, sculture – una breve storia, il cui autore è Raymond Carver – e si tratta dell’ultima opera che Carver ha pubblicato in vita – , nella quale ciò che avviene è completamente invisibile. Un pittore finisce la sua giornata di lavoro nello studio, parla al telefono con la moglie, ci litiga, esce dallo studio, prende l’automobile, va in città, fa sera, pioviggina, si ferma a guardare una segheria tutta illuminata, spia attraverso una finestra degli uomini che giocano a carte, arriva al porto, dal pontile – ormai piove a dirotto, tuona – vede un pesce che balza fuori dall’acqua, ricade, di nuovo balza fuori, di nuovo ricade: e qualcosa succede dentro al pittore che subito, di corsa, torna nello studio, prepara subito una nuova tela, tutto ciò che ha visto e sentito gli torna in mente, gli operai della segheria, i fulmini, i giocatori di carte, le labbra della moglie appoggiate alla cornetta del telefono. L’evento vero di questa storia è avvenuto dentro al pittore, nel suo cuore d’uomo, ed è pertanto invisibile.

Così, un artista invisibile, quale Dalcielo è, ha convocato cinquanta artista visibili per raccontare la storia invisibile di un artista. E questa storia, uscita dal nulla grazie a un nulla, è ora davanti ai nostri occhi.

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