Il pittore e il pesce. Una poesia di Raymond Carver, un’opera di Carlo Dalcielo


Carlo Dalcielo in “Best European Fiction 2010”
febbraio 12, 2010, 4:51 pm
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di Giorgio Falco

[Questo articolo è apparso in Repubblica l’11 febbraio 2010]

Otto chilometri a nord di Reggio Emilia, c’è un paese di novemila abitanti, Bagnolo in Piano. E’ probabile che i bagnolesi non sappiano di avere tra i loro nati uno scrittore, scelto per rappresentare l’Italia nell’antologia Best European Fiction 2010, pubblicata dalla casa editrice statunitense Dalkey Archive Press. Carlo Dalcielo è nato a Bagnolo in Piano nel 1980. L’ospedale in quel comune non è mai esistito e gli altri scarni dati biografici – reperiti da una mia chiacchierata amichevole con don Eugenio, l’anziano sacerdote della parrocchia di San Quirino, – confermano soltanto che la zia, Wilma Dalcielo, sorella di Mario, padre di Carlo, lavorava come ostetrica presso l’ospedale di Reggio Emilia, e proprio zia Wilma, oggi pensionata, pare abbia assistito Anna, madre di Carlo, nel parto a domicilio.

Nel 1998 Carlo Dalcielo è ufficialmente rinato dalla collaborazione tra l’artista Bruno Lorini e lo scrittore Giulio Mozzi. Dalcielo debutta in Fiction (Einaudi, 2001), quando ha preso la parola sottraendola a un Mozzi particolarmente prolifico in quel periodo. Da allora, Dalcielo ha continuato a scrivere, esposto in gallerie nazionali ed estere, nel 2008 ha pubblicato un libro anomalo, omaggio a Carver nel ventennale della morte: Il pittore e il pesce (minimum fax). Proprio il contributo narrativo di Dalcielo, intitolato Carlo non sa leggere, è stato scelto e ripubblicato nell’antologia citata.

Quando ho visto l’indice del libro, sono rimasto sorpreso, perché l’editore e il curatore Aleksandar Hemon hanno inserito Giulio Mozzi (Aka Carlo Dalcielo). Ecco, Also known as, messo tra parentesi, mi è parso ingeneroso verso Carlo Dalcielo, equiparato a uno pseudonimo di Giulio Mozzi. Chissà come si sarebbero comportati davanti ai testi di Alberto Caeiro, Alvaro de Campos, Ricardo Reis, e soprattutto di Bernardo Soares: i celebri eteronimi di Fernando Pessoa. Forse editore e curatore hanno scambiato Carlo Dalcielo per una sorta di Kakà al contrario, come se Ricardo Izecson dos Santos Leite fosse Giulio Mozzi, e Kakà, il suo soprannome meno celebre, messo tra parentesi.

Insomma, Giulio Mozzi si è travestito, per poco, da Carlo Dalcielo. Ma Carlo Dalcielo è qualcosa di più, su questi temi è facile smarrirsi, come ha fatto Bernard Henry Lévy, citando Jean Baptiste Botul, filosofo inesistente. L’eteronimo scende in profondità nel fittizio, ha una propria personalità che, sebbene dispersa dentro l’ortonimo, riaffiora nitida, gli permette di scrivere, anche in modo diverso. Può sembrare un argomento frivolo, ma un’epoca che, teoricamente, ha fatto della liquidità identitaria uno dei propri fondamenti – tra blogger, nickname e avatar – Carlo Dalcielo messo tra parentesi mi delude, tanto che, quando Mozzi ha cercato di postare il profilo di Carlo Dalcielo in Wikipedia, i gestori hanno cancellato la voce, perché Carlo Dalcielo è autopromozione commerciale.

Ma allora, non siamo tutti Carlo Dalcielo? Forse, visto che le opere non bastano, Lorini e Mozzi dovrebbero definire meglio la vita di Dalcielo. Stabilire, come ha fatto Pessoa con i suoi eteronimi, i dettagli dell’esistenza, anche la morte di Dalcielo, magari prematura, in un incidente automobilistico, un lunedì sera, di ritorno dalla presentazione di un libro, oppure investito da un autobus, mentre Dalcielo attraversa la strada, sorseggiando una bottiglietta di acqua minerale. Lo stile di Carlo Dalcielo sembra il primo Giulio Mozzi. Questa può sembrare una debolezza, e forse lo è. Ma con il primo Giulio Mozzi, intendo Giulio Mozzi a vent’anni, quando magari neppure scriveva. Carlo Dalcielo è come una rigenerazione attraverso la scrittura, un autoritratto di Giulio Mozzi ventenne. Carlo Dalcielo scrive come Giulio Mozzi quando non scriveva. Dovremmo fare sempre così. Giulio Mozzi usa Carlo Dalcielo come una macchina fotografica, per cogliere, come direbbe il fotografo Guido Guidi, le cose là, dove non sono pensate: nel loro farsi immagine.

Pubblicato su Repubblica, 11/2/2010

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